Cronache dal Multiverso
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Cronache dal Multiverso have:
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Most users ever online was 26 on 28/5/2011, 01:22


Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico, essendo aggiornato in relazione alla disponibilità e alla reperibilità dei materiali e a totale discrezione dei singoli collaboratori. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale, ai sensi della Legge n. 62 del 7-03-2001. Le immagini pubblicate su questo sito, salvo diversa indicazione, sono copyright dei legittimi autori.

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Cronache dal Multiverso

B_NORM    
view post Posted on 15/5/2012, 01:08 by: TETRACTYSQuote
 

Horror, 15480 caratteri, versione 2.0


EFFETTO COLLATERALE
di
Leonardo Boselli



     Il dottor Jordan lesse con cura la cartella clinica e commentò: «Le sue caratteristiche sono davvero eccellenti. Cerchiamo proprio una persona come lei».
     A quelle parole, Michael si sentì rassicurato, perché quel lavoro gli era necessario. Aveva già provato di tutto per mantenersi agli studi, ma il posto da sguattero gli portava via troppo tempo, e le banche del sangue e del seme non erano abbastanza remunerative: c’era troppa concorrenza di studenti squattrinati e bisognosi di pagare affitto e rette universitarie.
     «Sì, lei è proprio il nostro candidato ideale», ribadì il dottore dopo aver sollevato lo sguardo dalla cartella. Michael si sentì osservato. Jordan, attraverso i suoi spessi occhiali, lo scrutava con attenzione.
     «Ne sono felice», rispose. «Ha detto che il compenso è di mille dollari anticipati, vero?»
     «Sì, anticipati. Se la cosa le interessa, firmi questo contratto standard e la liberatoria, indichi il beneficiario dell'assicurazione sulla vita e si presenti domattina alle otto».
     Michael lesse i fogli del contratto. Erano riportate le solite clausole che conosceva a memoria e aveva già siglato varie volte: ormai si poteva considerare una cavia da laboratorio professionista.
     Il medico si alzò e fece il giro della scrivania. Si tolse gli occhiali, li ripose nel taschino del camice e, mentre stringeva la mano a Michael, disse: «Il suo contributo ci sarà molto utile. Sono felice che sia dei nostri».
     In quel momento il dottore gli ricordò suo padre. Sì, proprio il padre, che al termine del liceo voleva imporgli di intraprendere la carriera di ricercatore in medicina, seguendo le sue orme. Michael si era rifiutato. Ricordava con orrore il laboratorio di biologia del liceo dove era costretto a sezionare disgustose rane, e non voleva avere nulla a che fare con le cavie da laboratorio.
     Quando scelse la facoltà di giurisprudenza, il padre andò su tutte le furie e non volle finanziare i suoi studi, perché odiava gli avvocati: quegli squali che, aizzati da parenti ingrati, si avventavano su di lui ogni volta che moriva un suo paziente.
     Per questo motivo adesso Michael era costretto a fare da cavia, ancora una volta, per chissà quale esperimento.
     Mentre se lo domandava, disse: «Di solito non chiedo la finalità della ricerca a cui collaboro, m...

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horror,
racconti
Comments: 0 | Views: 3Last Post by: TETRACTYS (15/5/2012, 01:08)
 


B_NORM    
view post Posted on 2/5/2012, 09:17 by: TETRACTYSQuote
 

Gastrozen, 16688 caratteri, versione 1.0


FEGATO ALLA VENEZIANA
di
Leonardo Boselli



     «Maestro, perché non ci racconta di come fu sconfitto da Jean Luc Van Damme?»
     Quella domanda era stata formulata da una voce alle mie spalle. L'aveva posta una ragazza al primo anno d'apprendistato. All'udirla gli altri allievi ammutolirono e nella sala calò il silenzio.
     Posai con delicatezza la mannaia che stavo impugnando. Mi voltai e fissai la giovane negli occhi. Il suo sguardo di sfida mi sorprese. L'avevo appena strapazzata per uno sbaglio che aveva commesso, ed ero stato duro, troppo forse, ma duro come lo ero sempre, con tutti.
     Risposi: «Jean Luc Van Damme... sì, sono passati tanti anni, ma ricordo bene quel giorno. Persi, è vero, però non fui davvero sconfitto».
     «In ogni caso non ce ne ha mai parlato. Lei evidenzia sempre i nostri errori. Dice che dobbiamo imparare da essi, anche da quelli degli altri, che è necessario studiarli per non ripeterli e per migliorarsi. Ci racconti ciò che ha sbagliato in quell'occasione, ci dica qual è stato il suo errore».
     Il silenzio che aleggiava si fece di ghiaccio. Gli allievi si sarebbero scambiati occhiate di terrore se non fossero stati troppo spaventati per farlo: tenevano lo sguardo fisso a terra, e se avessero potuto, avrebbero scavato una buca per ficcarci dentro la testa. Avrebbero voluto essere ovunque, anche all'Inferno, tranne che in quella sala e in quel momento.
     Mi pulii le mani insanguinate con lo straccio che portavo alla cintola, impugnai nuovamente la mannaia e mi avvicinai alla ragazza continuando a fissarla. Lei sostenne il mio sguardo finché non le fui a un passo. Non aveva alcun timore di me anche se io ero il maestro e lei l'allieva, non la spaventavano i miei decenni d'esperienza. Lessi nei suoi occhi che era lì per imparare e lo avrebbe fatto anche calpestando il mio orgoglio. D'altra parte aveva scelto il mio corso perché ero il migliore e non si era lasciata intimorire dal fatto che i migliori fossero uomini: anche se lei era una donna, sarebbe riuscita nel suo intento, o almeno ci avrebbe provato con tutte le sue forze.
     Tutto questo le lessi negli occhi. Ma quando le fui di fronte abbassò lo sguardo. Dopotutto era soltanto un'allieva e, con quel gesto, sembrò riconoscerlo.
     Spezzai la crosta del silenzio che riempiva la sala dicendo: «Lei, signorina, ha parlato di errore, ma dal punto di vista ...

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gastrozen,
racconti
Comments: 0 | Views: 5Last Post by: TETRACTYS (2/5/2012, 09:17)
 

B_NORM    
view post Posted on 19/3/2012, 18:13 by: TETRACTYSQuote

Il vicolo dei fabbri

di
Leonardo Boselli



Il sole stava calando dietro le colline a occidente di Gerusalemme. Ponzio Pilato, il governatore della Giudea, stava dettando una lettera al suo segretario sulla terrazza della sua residenza, quando s’interruppe per osservare il tramonto. In lontananza si scorgevano le mura del tempio illuminate dalle ultime luci del giorno.
La città sembrava tranquilla, ma dietro quelle pareti bianche covava un odio viscerale. Quel popolo mite avrebbe sopportato ancora una volta la dominazione di genti straniere, ma non si sarebbe mai fatto assimilare; non c’erano riusciti gli egiziani e neppure i babilonesi: avrebbero fallito anche i romani.
Il governatore si lasciò trasportare dai suoi pensieri. Le rivolte degli Zeloti non destavano la sua preoccupazione – erano sempre state soffocate nel sangue – e concluse che era sufficiente che i Giudei pagassero le tasse: nessuno lo aveva mai fatto senza lamentarsi e, in fondo, quel popolo si lagnava in modo meno fastidioso di altre genti.
Pilato sorrise di quel pensiero, ma fu subito colto da un fastidioso prurito alle mani e provò il desiderio irrefrenabile di grattarsi. Quindi si voltò verso il suo segretario, che era in paziente attesa accanto a Gaio Cassio Longino, un centurione della guarnigione di Gerusalemme.
«Cosa stavo dicendo?» chiese.
Il segretario, dopo aver finto d’ignorare il gesto compulsivo del governatore, prese la tavoletta che stava scrivendo e lesse: «Ponzio Pilato, governatore eccetera, all’imperatore Claudio eccetera, Ave!»
«Ah, ecco». Pilato tornò a osservare il sole. Quando si spense anche l’ultimo raggio, si volse, guardò il centurione in piedi sull’attenti e disse: «Allora continuiamo».
Il segretario riprese a scrivere mentre Pilato dettava. Dopo altri convenevoli, il governatore cominciò il rapporto vero e proprio e raccontò il fatto che gli stava a cuore.
«Ho recentemente indagato su una credenza che si sta diffondendo in alcuni ambienti di Gerusalemme. Infatti molti sono convinti che i Giudei, per invidia, abbiano condannato loro stessi e la loro posterità per essersi macchiati di una terribile colpa. I loro profeti avevano decretato che il Dio degli Ebrei avrebbe inviato al popolo l’Eletto, colui che per diritto sarebbe stato chiamato loro re. Costui sarebbe giunto sulla Terra per mezzo di una vergine. Molti credono che un uomo che corrisponde alla descrizione sia stato davvero inviato, proprio durante il mio governatorato. Egli è stato visto guarire lebbrosi e paralitici, cacciare demoni, ridare la vista ai ciechi, resuscitare i morti, quietare i venti, camminare sulle acque, e compiere altre meraviglie, tanto che il popolo dei Giudei era giunto a chiamarlo Figlio di Dio. Ma i sommi sacerdoti, ...

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racconti,
thriller fantastico
Comments: 0 | Views: 18Last Post by: TETRACTYS (19/3/2012, 18:13)
 

B_NORM    
view post Posted on 19/3/2012, 18:01 by: TETRACTYSQuote

La Bolgia degli Scrittori

di
Leonardo Boselli


L’Inferno è un pozzo immenso, oscuro, scavato nelle profondità della terra. È un luogo ricolmo di sofferenza e di noia, e allo stesso tempo vuoto d’amore e di fantasia. Le urla dei dannati lo riempiono in ogni sua parte: gridano la loro disperazione, la perdita di ogni speranza.
Malagianna, una delle scimmiette di mare cornuta addette alla "Bolgia degli Scrittori", col jet-pack sulle spalle a potenza massima, ammirava librata nell’aria cupa quello spettacolo terrificante ed, esaltata da quella visione, affondava compiaciuta il gancio da macellaio nell’anima sventurata che stava trascinando con sé sempre più in basso. Un sottile gemito usciva da quel dannato, un pessimo scrittore di romanzi fantasy: il tormento dell'uncino non era nulla rispetto all’angoscia d'aver sciupato la propria esistenza nell'ideare vicende immaginarie che raccontava per denaro ai creduloni. Malagianna poteva percepire tutte le sensazioni, i rimorsi, i rimpianti che lo attanagliavano: avrebbe avuto l’intera eternità per disperarsi inutilmente, un giorno dopo l’altro, per sempre.
La scimmietta cornuta sorvolò i primi cerchi dell’Inferno. Passò nel turbine dei lussuriosi accompagnandoli per un breve tratto nelle loro evoluzioni, poi giunse sulla città di Dite, e l’orda dei diavoli guardiani dalle mura infuocate la salutò cantando sguaiatamente una volgare canzonaccia. Poi osservò dall’alto la necropoli di tombe degli eretici, roventi come formaci; infine attraversò la pioggia di fuoco che flagella il deserto di sabbia dei bestemmiatori.
Malagianna, che aveva descritto nei minimi particolari quel terrificante paesaggio all’anima dannata che portava arpionata sulle spalle, già sentiva aria di casa. Ammirò ancora una volta l’ordine spietato che regnava negli enormi fossati del cerchio ottavo, attraversati a raggiera da lunghi ponti. In quell’ultimo tratto volò su un canale ricolmo di fetido sterco, poi planò sulle sponde della quinta Bolgia, nella cui pece bollivano senza pace i barattieri, e proseguì fino a giungere alla Bolgia degli Scrittori.
Alte sponde circondavano un fiume di carta in continua agitazione e tormentato da un forte vento. Si trattava di pagine di libri, di pergamene, di tomi voluminosi e di piccoli opuscoli. Ogni genere d'opera di narrativa fantastica costituiva il fluido che permeava i meandri di quel luogo disperato. Il puzzo degli inchiostri, la ruvidità della carta, i suoi bordi affilati, gli spigoli delle copertine e i dorsi rigidi dei volumi rendevano quel luogo aspro e inospitale, ma le orribili scimmiette cornute la consideravano dopo tanti secoli come la loro casa.
Malagianna conduceva quel suo ufficio a contatto con i dannat...

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fantaparodia,
racconti,
scimmiette di mare project,
surreale
Comments: 0 | Views: 24Last Post by: TETRACTYS (19/3/2012, 18:01)
 


B_NORM    
view post Posted on 7/11/2011, 03:31 by: TETRACTYSQuote
 

Horror, 36900 caratteri, versione 2.1


L’ISOLA DELL’IMPICCATO
di
Leonardo Boselli



      Il capitano Eastman camminava a passi lenti sul ponte del "Saint Andrew", un tre alberi della marina da guerra inglese. Osservava le attività dell’equipaggio fissando assorto l’esecuzione dei lavori, ma senza riuscire a concentrarsi. Intabarrato nella sua divisa, col tricorno calcato sul capo e la sciabola al fianco sinistro, si spostava con agilità tra i marinai affaccendati, nonostante la gamba di legno, e il suo passo, che riecheggiava sulla tolda, ricordava il battito di un cuore, come se quei colpi cadenzati dessero vita all'intero veliero.
     Dopo aver percorso la nave da prua a poppa, salì la scaletta che portava sul castello e si mise a guardare, appoggiato al parapetto, l'isola poco distante, sui cui bassi fondali la nave era ormeggiata. Il sole già alto risplendeva sull'oceano e illuminava la costa. Poche nubi sottili si profilavano a settentrione: anch'esse sembravano attendere quel soffio di vento che le avrebbe spostate verso lidi meno afosi.
     Eastman aveva già navigato in quelle acque quand'era un allievo ufficiale sedicenne. Ora, dopo quasi un quarto di secolo, osservava con attenzione il profilo dell'isola e si stupiva di ricordare ancora ogni particolare: la spiaggia, gli alberi che la delimitavano e, sopra di essi, la ripida cima vulcanica. Non era cambiato nulla, come se il tempo non fosse trascorso. E non era passato neppure il senso d'angoscia che quelle rive ancora gli trasmettevano: la reminiscenza di un'antica colpa gli tormentava l'anima, come in certe notti lo perseguitava un fastidioso prurito alla gamba destra che non riusciva a placare, perché quella gamba ormai non l'aveva più.
     John Hill, il nostromo, gli si accostò. Come molti membri dell'equipaggio era preoccupato e, al contrario degli altri, non tentava di nasconderlo.
     «Capitano, cosa pensa di fare?»
     Ormeggiati da due giorni a un ottavo di miglio dalla costa, avrebbero potuto essere avvistati dalle navi spagnole che davano loro la caccia. La guerra di corsa aveva quella caratteristica: preda e cacciatore si scambiavano spesso i ruoli, e in quel frangente il "Saint Andrew" era la preda.
     Eastman si sentiva al sicuro a causa della fama di "mangiatrice di navi" che l'isola s'era conquistata a suon di naufragi negli ultimi anni. I capitani dei galeoni spagnoli si sarebbero tenuti alla larga da quelle secche peric...

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horror,
racconti
Comments: 0 | Views: 17Last Post by: TETRACTYS (7/11/2011, 03:31)
 

B_NORM    
view post Posted on 20/9/2011, 14:59 by: TETRACTYSQuote
 

Horror, 36900 caratteri, versione 1.0


L’ISOLA DELL’IMPICCATO
di
Leonardo Boselli



     Il capitano Eastman camminava nervosamente sul ponte del "Saint Andrew", un tre alberi battente bandiera inglese. Intabarrato nella sua divisa, col tricorno calcato sul capo e la sciabola che gli pendeva al fianco sinistro, si muoveva tra i marinai affaccendati con un'agilità notevole, nonostante la gamba di legno. Il suo passo riecheggiava sulla tolda e sembrava imitare il battito di un cuore, come se quel semplice passo ritmato desse vita all'intero veliero.
     Dopo aver percorso la nave da prua a poppa, il capitano salì la scaletta che portava sul castello e si mise a osservare, appoggiato al parapetto, l'isola poco distante, sui cui bassi fondali la nave aveva da poco gettato l'ancora. Il sole già alto risplendeva sull'oceano e illuminava la costa. Poche nubi sottili si profilavano a settentrione: anch'esse sembravano attendere un soffio di vento per spostarsi verso lidi meno afosi.
     Eastman aveva già navigato in quelle acque quand'era un allievo ufficiale sedicenne. Ora, dopo quasi un quarto di secolo, ripassava il profilo dell'isola e si stupiva di ricordare ancora ogni particolare: la spiaggia, gli alberi che la delimitavano e, sopra di essi, le ripida cima vulcanica. Non era cambiato nulla, come se il tempo non fosse trascorso. E non era passato neppure il senso d'angoscia che quelle rive ancora gli incutevano: la reminiscenza di un'antica colpa gli tormentava l'anima, come in certe notti lo perseguitava un fastidioso prurito alla gamba destra che non riusciva a placare, perché quella gamba non l'aveva più.
     John Hill, il nostromo del vascello, si accostò al capitano. Come molti membri dell'equipaggio era preoccupato e, al contrario degli altri, non lo nascondeva.
     «Capitano, cosa pensa di fare?»
     Ormeggiati da due giorni a un ottavo di miglio dalla costa, avrebbero potuto essere avvistati dalle navi spagnole che davano loro la caccia. La guerra di corsa aveva quella caratteristica: preda e cacciatore si scambiavano spesso i ruoli, e in quel frangente il "Saint Andrew" era la preda.
     Eastman si sentiva al sicuro a causa della fama di "mangiatrice di navi" che l'isola s'era conquistata a suon di naufragi negli ultimi anni. I capitani dei galeoni spagnoli si sarebbero tenuti alla larga da quelle secche pericolose, a meno che non fossero stati obbligati dagli eventi. Infatti non si p...

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horror,
racconti
Comments: 0 | Views: 34Last Post by: TETRACTYS (20/9/2011, 14:59)
 

B_NORM    
view post Posted on 1/9/2011, 03:20 by: TETRACTYSQuote
 

Thriller, 39000 caratteri, versione 1.5


RITRATTO DI FAMIGLIA
di
Leonardo Boselli



     Il quartier generale della Gestapo a Parigi occupava un edificio in rue de Saussure. Una stanza per gli interrogatori si trovava al primo piano.
     Era pieno giorno, ma le finestre oscurate lasciavano filtrare all’interno solo pochi fasci di luce che disegnavano caroselli di polvere nell’aria. Una lampada appesa al soffitto e protetta da una gabbia metallica illuminava dall’alto una sedia inchiodata al pavimento, mentre lasciava il resto della stanza al buio.
     Su quella sedia era legato un uomo completamente nudo. Per quanto fosse robusto, un vero colosso, le cinghie di cuoio attorno agli avambracci, alle gambe e alla testa, gli impedivano qualsiasi movimento; poteva solo fissare con odio l’aguzzino che lo tormentava da ore.
     Nella stanza c’era anche un’altra persona oltre al torturatore, un uomo che si teneva alle sue spalle nell’oscurità: ne udiva solo le domande assillanti.
     «Perché vuoi soffrire ancora, Gerard?» disse la voce nell’ombra.
     Parlava in francese con un forte accento tedesco e lo aveva chiamato per nome sin dall’inizio, ostentando una confidenza fuori luogo.
     L’uomo continuò: «Tu sai perché ti tormento. Dimmi chi è veramente monsieur Schumann e tutto sarà finito».
     Il prigioniero non rispose, allora la voce abbandonò quel tono dall’apparenza gentile e, rivolta all’aguzzino, abbaiò un ordine in tedesco: «Continua, Günther!»
     Risuonarono alcuni passi e una pesante porta metallica si richiuse con violenza, poi nella stanza calò il silenzio.
     Il torturatore, un energumeno che indossava pantaloni e stivali d’ordinanza, ma non la giacca della divisa, si rimboccò le maniche della camicia schizzata di sangue e strinse saldamente nella mano destra un tirapugni di ferro. Quindi si mise lentamente a girare intorno alla sedia. Il prigioniero continuava a fissarlo con uno sguardo di sfida.

*    *    *

     Il kriminalinspektor della Gestapo Felix von Kleist entrò nel suo ufficio, si tolse la giacca, si sbottonò il colletto e i polsini della camicia, poi prese una brocca e versò dell’acqua in una bacinella sostenuta da un treppiede. Quel giorno non faceva caldo, ma l’ispettore soffriva di sbalzi di pressione, uno dei tanti acciacchi dell’età, e cercò di rinfrescarsi bag...

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racconti,
thriller
Comments: 0 | Views: 35Last Post by: TETRACTYS (1/9/2011, 03:20)
 

B_NORM    
view post Posted on 4/8/2011, 23:30 by: Jackie de RipperQuote

Il primo marito
di
Jackie de Ripper


1.

Otto anni, erano passati otto lunghi anni, ma Michael aveva sempre lo stesso aspetto trasandato. Certo, era anche un po’ invecchiato, tuttavia la barba ingrigita e la calvizie ormai conclamata non lo rendevano meno interessante: i suoi occhi azzurri, penetranti, avevano ancora l’intensità d’un tempo e il vetro che ci divideva non ne attenuava la luminosità.
Presi l’interfono, lo appoggiai all’orecchio e attesi senza parlare.
— Ciao Jackie, — disse Michael, — come stai?
Quella domanda! Dopo avermi fissato a lungo e aver preso il ricevitore era riuscito a formulare solo quella frase banale, con il tono d’un amico col quale hai bevuto al pub la sera prima.
Non risposi. Aspettai che dicesse qualcos’altro e il mio silenzio sembrò imbarazzarlo.
— Lo so, — continuò, — è passato molto tempo...
— Otto anni.
— Sì, otto, — aggiunse sorridendo, — ma sei sempre bellissima.
Era tipico di Michael. Cercava ancora d’aggiustare le cose con un complimento e un sorriso sulle labbra.
— Non attacca più. È finita.
Il suo sguardo tradì un’insicurezza che non gli era propria.
— Jackie, hai ragione, tra di noi non ci sono mai state menzogne e...
— Non da parte mia.
Michael smise di parlare e scostò il ricevitore dall’orecchio. Continuava a fissarmi come se cercasse nei miei occhi le parole giuste.
— No, non da parte tua. Però, ti prego, — riprese con più convinzione, — non interrompermi. È molto difficile per me. Ma forse tu immagini già perché sono qui.
Non risposi. La mia durezza sembrò ferirlo e se lo sarebbe meritato.
Osservai i suoi occhi: li trovai circondati da rughe che non conoscevo; quindi scesi lungo il profilo del naso fino alla bocca, alle labbra che mi avevano regalato tanti baci appassionati e di cui adesso restava soltanto un pallido ricordo.
Posai lo sguardo sul suo pugno destro che reggeva la cornetta del ricevitore; era forte e mostrava i calli sulle nocche che gli davano da vivere. Non avevo mai capito come potesse accarezzarmi con dolcezza e farmi sentire desiderata con quelle mani così ruvide: era una contraddizione che mi aveva tenuta legata a lui anche in momenti difficili.
Michael sembrò frugare nei suoi ricordi per trovare un appiglio che potesse ravvivare quella conversazione. La sua mano fu percorsa da un fremito; forse avrebbe cercato d’accarezzarmi se il vetro non gliel’avesse impedito.
— Jackie, sono un verme. Non sai quanto mi è costato venire fin qui, ma sono in grossi pasticci... solo tu puoi aiutarmi.
Lo fissai con uno sguardo interrogativo e lui trovò il coraggio di spiegarsi.
— Sono sulla lista nera del “Macellaio”, — rivelò con un filo di voce.

2.

Avevo conosciuto il Macellaio tanto tempo fa, ancora prima che Michael entrasse di prepotenza nella mia vita.
Non era davvero un macellaio, anche se alcuni suoi atteggiamenti potevano farlo pensar...

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noir,
racconti
Comments: 0 | Views: 28Last Post by: Jackie de Ripper (4/8/2011, 23:30)
 

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